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RICORDO

UOMINI 8/7/2008

L’archetto e’ ancora sospeso a mezz’aria sulla viola. Non arriva a toccare la corda che già sento: “NO”. E’ una voce ferma, decisa ma non aggressiva. Mai.

 Non l’ho mai sentito urlare in dieci anni.

 Ore 8.30, Conservatorio di Milano, una trentina di anni fa... Nell’aula spesso fumosa( erano altri tempi, non c’erano divieti, si fumava anche nei cinema) si fa silenzio e comincia il discorso: “ Enrico, spiegami per quale oscura ragione...”(Era una delle sue formule preferite!). 

I motivi potevano essere infiniti: dall’ inclinazione dell’ archetto alla posizione della mano sinistra, lui aveva gia’ visto e capito il difetto e ti cominciava a spiegare il perche’ e il percome, magari con un aneddoto dei suoi(ne aveva un repertorio sconfinato).

Allora mettevo giu’ viola e archetto, restando davanti a lui, e l’ascoltavo.

Cercava incessantemente il modo di farti scattare quel meccanismo mentale che ti avrebbe fatto migliorare, ripetendo il concetto in cento modi diversi: “Ognuno di voi comprende i concetti a suo modo e io cerco soltanto quello giusto, quello che coglie nel segno.”, diceva.

Era un uomo alto, dallo stile un po’ retro’, un vero piemontese dai modi distinti. Cominciai a dargli il Tu e chiamarlo per nome solo quando, diventato a mia volta professionista, mi “accetto’ ” come collega. 

Ma il Lei che avevo usato per i dieci anni precedenti lo sentivo come quello che una volta, magari ai primi del secolo scorso, si usava con i genitori perche’, a rischio di sembrare retorico, per noi allievi e’ stato una guida, un vero Maestro, un educatore. 

Si! Anche nonostante la sua vita, per un lungo tratto sregolata e disordinata, ci ha insegnato, prima di tutto un solido mestiere, e pure certe regole d’oro che ci permettono ancora adesso, tutti musicisti quarantenni, di essere d’esempio nel nostro lavoro. 

L’ultima volta che l’ho visto, alla vigilia della pensione, mi diceva:”Che peccato: gli allievi di oggi arrivano in classe giusto per far lezione e se ne vanno appena finito. I loro compagni quasi non li conoscono e non li sentono mai suonare. Voi, la vostra generazione, invece restavate in classe un’intera giornata ed era una grande educazione perche’ ascoltandovi e criticandovi vicendevolmente, imparavate tantissimo e formavate un gruppo.” 

Quel gruppo, il nocciolo duro, ancora esiste. 

L’ultima volta che sono stato a suonare a Milano ci siamo ritrovati, ognuno con percorsi diversi e vite diverse, ma tutti con quel comune passato, quei dieci anni in quell’aula fumosa, tutti ad aver ascoltato quegli stessi aneddoti, quei pezzi di storie. Come quella in cui lui arriva a casa del suo maestro che, di prima mattina, ancora in pigiama col caffe’ sul fornello e una sigaretta fra le dita, gli snocciola i Capricci di Paganini.... 

Chissa’ come suonava.... 


Luciano Patrignani, il nostro Maestro, ci ha lasciati qualche giorno fa, un lunedì mattina. Tutto quello che so della viola me l’ha insegnato lui. 




permalink | inviato da donquixote65 il 8/7/2008 alle 22:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa