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Giù le zampe dalla poesia!

Ho pagato il biglietto. 14/6/2009

Ero ancora molto piccola, quando le prime note di musica classica arrivarono alle mie orecchie.

Era mio padre: con i suoi grandi dischi neri, suonati a tutto volume,riempiva il salotto di casa di una musica meravigliosa e difficile,trasformandolo in luogo esclusivo, inaccessibile.

Di quei tempi ormai lontani, ricordo con precisione la sua voce “raccontarmi” la Sesta Sinfonia di Beethoven, l’indice verso l’alto, a sottolineare i passaggi più importanti. Io non lo sapevo ancora, ma già mi stavo innamorando di quella magia.


Uno dei primi concerti visti dal vivo, l’ho segretamente dedicato a lui, che da pochissimo ci aveva lasciati. E’ stato il mio ringraziamento per il suo grande regalo, è stato chiedergli scusa per aver mollato il Conservatorio. Non avevo capito quale possibilità voleva offrirmi.

Una cosa è certa, comunque: la gamma delle mie emozioni sarebbe molto meno ampia, se non avessi goduto e non godessi, ogni giorno, del genio dei compositori.


Oggi,guarda, alle volte, il caso, sono la compagna di un musicista. Durante il nostro primo incontro, gli chiesi di “non rovinarmi la poesia” con rivelazioni sul lato tecnico della sua professione.


Non era la persona giusta alla quale porre la domanda.


Mentre scrivo, mentre lui fa il suo dovere con tutto l’impegno del caso,sono altre le persone che si dedicano alla sistematica disintegrazione di secoli e secoli di arte, genio, tormenti e poesia.

Lo fanno guardando in giù dal piedistallo dei loro titoli altisonanti,pienamente immeritati: Maestro, Professore, Pregiatissimo Sovrintendente, senza pensare un solo momento a ciò che potrebbe determinare la loro opera scellerata.


Se proprio non li commuove la prospettiva di famiglie senza più un reddito fisso, se proprio non li tocca lo scempio che farebbero, di tutti gli anni di studio dedicati da ogni professore d’orchestra al proprio strumento, questi campioni del buco nel bilancio dovrebbero almeno tremare come foglie, davanti a una qualsiasi partitura e vergognarsi della nonchalance ostentata mentre si arrogano il diritto di svilire composizioni immortali. Potrei testimoniare davanti alla Corte Suprema ciò che ho visto fare più di una volta: il Sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna, intento a inviare messaggini dal cellulare acceso, durante una recita (un palco in terz'ordine consente spesso visuali molto interessanti, basta un po' di attenzione).

Chi, ancora, si stupisce di questi comportamenti, scandalizzandosene, potrà agevolmente trovare la spiegazione necessaria a calmare i nervi, considerando perché certa gente si permette di sbeffeggiare l'altrui  impegno, pur accettando di comparire in veste di Capo Baracca: tutto avviene in nome di una poltrona, in onore all’unico capolavoro concepito come tale, il $oldo.


Il mio piccolo punto di vista, è quello di chi, durante un concerto,sta seduto comodamente e viaggia su ogni nota. Non sono sicura possa interessare a uno qualunque dei signori succitati. Anzi, sono certa che non getterebbero un attimo del loro prezioso tempo, per ascoltare le ragioni del pubblico. Si barricherebbero nei rispettivi uffici-bunker, nell’attesa che il comune mortale e le sue argomentazioni da zero Euro si decidessero a togliere il disturbo.

Il vero disturbo è, udite udite, causato dalla loro grettezza d’animo e acume di denti.

Siamo noi, a doverci mettere di buzzo buono e aspettare che lor signori prendano la sola decisione sensata della propria vita, la sola che strapperebbe una standing ovation in loro onore, a un’audience che,diversamente, non dedicherebbe al loro millantato talento la minima attenzione: salutare indistintamente e tornarsene a casa.

Basterebbe poco: un bell’inchino e “Sipario!”. No, no...niente bis, per carità!


Luigia Rovito








permalink | inviato da donquixote65 il 14/6/2009 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa